San Giovanni Paolo II, vent’anni dopo: il testimone passato alla Chiesa delle periferie

2 aprile 2005 – 2 aprile 2025

Vent’anni ci separano dalla morte di San Giovanni Paolo II, il Papa venuto “da un paese lontano” che ha lasciato un’impronta indelebile sulla Chiesa e sul mondo. La sua figura, ancora oggi, commuove e interroga. Non fu solo il primo pontefice slavo, il protagonista della caduta del comunismo, il pellegrino instancabile in ogni angolo del pianeta: fu soprattutto un padre per l’umanità, capace di parlare ai cuori con la forza della fede e la tenacia della speranza.

A due decenni dalla sua scomparsa, l’eredità di Karol Wojtyła si manifesta con chiarezza in alcuni punti chiave del cammino ecclesiale, ma appare anche incompiuta in altri, come spesso accade per le grandi stagioni storiche.

Le grandi opere: missione, famiglia, dignità umana

Giovanni Paolo II ha impresso un’accelerazione alla missionarietà della Chiesa: oltre cento viaggi internazionali, una geografia della fede che abbracciava l’intero globo. Per lui, ogni popolo aveva diritto di ricevere l’annuncio del Vangelo nella propria lingua e cultura. La Redemptoris Missio (1990) e la Novo Millennio Ineunte (2001) sono documenti-chiave che mostrano una Chiesa chiamata a “ripartire da Cristo”, nel dialogo con il mondo senza rinunciare alla verità.

La centralità della famiglia – con la Familiaris Consortio (1981) – e la battaglia in difesa della vita umana – con l’Evangelium Vitae (1995) – mostrano un pastore profondamente radicato nel magistero morale, capace però di interpretarlo nel mondo contemporaneo. L’antropologia cristiana fu il suo campo di battaglia: lottò contro il nichilismo postmoderno proponendo la “teologia del corpo” e una visione integrale dell’uomo.

Va ricordato anche che fu proprio Giovanni Paolo II a sottoscrivere la nascita dell’Istituto dei Frati Francescani dell’Immacolata, affascinato dalla figura del suo conterraneo San Massimiliano Maria Kolbe. L’intuizione di una vita consacrata secondo l’ideale francescano-mariano-kolbiano trovò in lui un appoggio autorevole e convinto.

Le incompiute: unità dei cristiani, dialogo con l’Islam, ruolo della donna

Eppure, ci sono sogni lasciati a metà. Giovanni Paolo II ha aperto la strada al dialogo ecumenico, ma non ha potuto vedere la piena unità tra i cristiani. Il suo desiderio di recarsi a Mosca rimase inappagato. Allo stesso modo, il dialogo con il mondo islamico – pure iniziato con coraggio (si pensi alla visita alla moschea di Damasco) – si è scontrato con le tensioni geopolitiche successive all’11 settembre. Anche sul ruolo della donna nella Chiesa, il suo magistero ha mostrato una sensibilità profonda (la Mulieris Dignitatem), ma ha lasciato la porta aperta a ulteriori sviluppi.

Benedetto XVI: custode della dottrina e interprete spirituale

Con Papa Benedetto XVI, il pontificato di Giovanni Paolo II ha trovato un interprete fedele e profondo. Joseph Ratzinger, per decenni suo stretto collaboratore alla Congregazione per la Dottrina della Fede, ha saputo dare forma teologica al pensiero wojtyłiano, soprattutto con l’enciclica Deus Caritas Est e con l’opera di purificazione della memoria ecclesiale (Veritatis Splendor e il discorso alla Curia del 2005 sull’“ermeneutica della riforma nella continuità” restano punti chiave).

Benedetto ha custodito il deposito della fede in tempi difficili, ha affrontato la crisi degli abusi e ha dato un impulso decisivo alla “nuova evangelizzazione”, anche se con toni meno carismatici e più meditativi.

Papa Francesco: la consacrazione del Concilio

Con Papa Francesco si è arrivati alla consacrazione definitiva del Concilio Vaticano II. Se Giovanni Paolo II lo ha difeso e Benedetto ne ha elaborato la corretta ermeneutica, Francesco ne ha portato il cuore nel concreto della vita ecclesiale. Il sogno di una Chiesa “povera per i poveri”, il Sinodo come cammino comune, l’attenzione ai migranti, l’opzione preferenziale per gli ultimi: tutto questo rappresenta una sorta di rovesciamento del paradigma wojtyłiano.

Non più solo una Chiesa che manda i missionari, ma una Chiesa evangelizzata dalle periferie. Non più solo un magistero forte e centrale, ma un ascolto sinodale e un cammino comune. Il Sud del mondo – tanto caro a Giovanni Paolo II – diventa protagonista attivo e pensante.

È significativo che sia stato proprio Papa Francesco a prendersi a cuore il cammino travagliato dei Frati Francescani dell’Immacolata, soprattutto nel momento apicale di un allontanamento dallo spirito kolbiano che li aveva originati. Il Papa ha agito in modo paziente ma fermo, attraverso commissari apostolici che hanno aiutato a riscoprire l’autenticità del carisma originario, ponendo attenzione non solo alla vita interna dell’Istituto, ma anche alle sue fragilità giuridiche e patrimoniali.

Infatti, dopo gli eventi che hanno coinvolto il fondatore storico, P. Stefano M. Manelli, imputato in sede penale e convenuto in sede civile come dominus dell’operazione che ha sottratto alla famiglia religiosa beni destinati all’apostolato, alle missioni, al culto e alla manutenzione dei conventi e degli stessi frati, Papa Francesco ha voluto offrire un segno concreto di cura: l’assegnazione di una casa per il nuovo studentato a Roma, a garanzia della formazione dei giovani religiosi e della continuità dell’Istituto nella Chiesa.

Dalla centralità alla marginalità creativa

Se Wojtyła ha conquistato i grandi palcoscenici (l’ONU, le GMG, le folle oceaniche), Francesco si è ritirato nei margini: Lampedusa, la prigione minorile, i quartieri popolari. Il “rovesciamento” non è una sconfessione, ma un compimento. Francesco ha attinto al cuore missionario di Giovanni Paolo II per portare il Vangelo dove nessuno lo aspettava più. È come se il seme gettato nei pontificati precedenti stesse ora germogliando in forme nuove.

Un’eredità viva

Giovanni Paolo II non è solo un santo del passato. È ancora una voce viva nella Chiesa. Le GMG, da lui inventate, sono oggi il cuore pulsante della pastorale giovanile. Il suo Catechismo Universale, promulgato nel 1992, resta il punto di riferimento per l’insegnamento della fede. La sua santità, riconosciuta nel 2014, lo colloca tra i grandi riformatori della Chiesa.

A vent’anni dalla morte, possiamo dire che Karol Wojtyła ha traghettato la Chiesa nel Terzo Millennio. E anche se il timone oggi è nelle mani di un Papa argentino che guarda dalle periferie del mondo, la rotta è ancora quella indicata dal grande pellegrino polacco: “Non abbiate paura. Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo”.

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